10 Lug 2010

L’interpretazione e la capacità recitativa assieme all’improvvisazione sono elementi essenziali per apprezzare il Ruzante, simbolo di una realtà che non è certamente rispondente alla rappresentazione che se ne faceva nelle opere contemporanee, per cui i contadini erano sempre gli sciocchi destinati a subire la beffa finale. La parte di commedia che proponiamo è tratto dalla scena prima, quando interviene Ruzante da solo per raccontare gli orrori della guerra, degli espedienti usati per scampare alla morte. Questa è la verità che ci piaccia o no senza giudizi morali: uno dei momenti più alti del teatro italiano. Ci siamo fermati qui prima dei successivi dialoghi che coinvolge altri tre personaggi. La commedia si impernia su un fatto realmente accaduto. Sullo sfondo le vicende della battaglia di Agnadello alla Ghiaradadda (1509), che costituirono la più grave disfatta subita da Venezia, aggredita da tutte le potenze occidentali dopo la Lega di Cambrai, promossa da Giulio II nel 1508, allo scopo di tornare in possesso delle città romagnole sottratte allo Stato Pontificio dalla Serenissima verso la metà del secolo precedente. Nella guerra che seguì Venezia fu difesa proprio dai contadini del pavano, mentre i nobili di quelle terre si schierarono con la Lega, sperando di riacquistare i privilegi nobiliari persi col passaggio sotto il dominio del Doge. Di questo fatto, unico nella nostra storia, troviamo chiara traccia in Machiavelli. L’orrore per la guerra si accompagna all’estraneità per i fatti politici, alla disperata lotta per la sopravvivenza. Ruzante inizialmente fa lo spaccone con il Compare, per poi crollare proprio alla rievocazione delle vicende belliche, note al Beolco che doveva esserne stato testimone oculare.

Chi è Ruzante

Angelo Beolco detto Ruzzante o Ruzante (Padova o forse Pernumia, 1496? – Padova, 17 marzo 1542) è stato un drammaturgo, attore e scrittore italiano. Figlio naturale del medico Giovan Francesco Beolco, professore presso la facoltà di medicina dell’Università di Padova, ebbe una lunga e proficua collaborazione con l’amico Alvise Cornaro, ricco proprietario terriero e letterato, appartenente ad un ramo della famiglia privato del titolo nobiliare. Autore di numerosi trattati di architettura e di agraria, il Cornaro rappresenta un’importante figura di intellettuale proprio per il carattere “laico” del suo operato. Con l’intento di rappresentare alla corte dei cugini Marco e Franco, cardinali, la realtà del contado, commissionò a Ruzante le due orazioni. Quando conseguì il traguardo di amministratore del vescovato padovano, ridusse l’amico al ruolo di fattore, per poi tornare a rivalutarlo dopo che l’incarico gli era stato. Riguardo alla data di nascita sussistono ancora numerosi dubbi e non è stato ancora possibile rinvenire un documento attestante una data certa di nascita di Angelo Beolco. È vero, tuttavia, che, nel corso degli ultimi trent’anni circa, le ricerche archivistiche (specialmente per merito di due studiosi veneti, Menegazzo e Sambin) hanno permesso di retrodatare progressivamente la nascita di Angelo Beolco, che ora si ritiene possa essere stata intorno al 1496. Il Beolco, infatti, appare come teste in documenti notarili successivi di una ventina d’anni: per farlo doveva, secondo la legge, avere già raggiunto la maggiore età, che all’epoca era di venticinque anni. Se consideriamo che l’atto notarile di delega da parte del padre quale curatore degli affari famiglia risale al 1521, il conto è presto fatto. È ignoto anche il luogo di nascita, sebbene nella Prima Orazione si legga: de quigi, saìu, che se ciama dotore, perché, se gi è igi do-tore, a’ ghe son mi tre de le tore (di quelli, sapete, che si chiamano dottori, perché, se hanno due-torri, ci sono io che ho tre torri); è al riguardo probabile che richiamasse lo stemma araldico di Pernumia, che reca, appunto, tre torri e che secondo questa interpretazione dovrebbe essere, appunto, il luogo di nascita. Morì a Padova in casa del Cornaro il 17 marzo 1542. Alvise Cornaro, in un suo scritto, attribuì la morte del Ruzzante ai troppi “disordini” e alle “dissipatezze”, accreditando così l’immagine di un commediografo sregolato, probabilmente non coincidente con il vero. Dal tono della dichiarazione, si intende che il Cornaro ambisse più ad elogiare sé stesso, che non a commiserare l’amico defunto, e che intendesse compiacere anche l’amico Sperone Speroni (il testo è contenuto appunto in una lettera rivolta a lui), che occupava un ruolo di rilievo nella Padova dell’epoca. Il Cornaro, d’altra parte, teorico della vita sobria, arrivò a disporre per sé di essere sepolto “con Ruzzante e messer Giovanni Maria Falconetto”, anche per sottolineare il legame intercorso con i due.Una lapide funeraria commemorativa è posta nella chiesetta di San Daniele in Padova, mentre nella casa di fronte si individua il sito della residenza padovana dell’autore.

fonte: WIKIPEDIA

 

Per comprendere meglio il dialogo recitato da Claudio Manuzzato inseriamo anche un parte del testo

Dialogo primo; Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo

 PARTE PRIMA, RUZANTE SOLO 

 …   A cherzo che a he fato pí de sessanta megia al dí. Mo a son vegnú in tri dí da Cremona in qua: poh, no gh’è tanta via con i dise. I dise che da Cremona a Bersa gh’è quaranta megia; sí… gh’è un bati! El no ghe n’è gnian deseoto. Da Bersa a la Peschiera i dise che ghe n’è trenta. Trenta? Cope Fiorín! A n’egi ben seese. Da la Peschiera a chí, che ghe pò esser? A ghe son vegnú in t’un dí. L’è vero ch’a he caminò tuta la note. Meh sí! falcheto no volè mè tanto con a he caminò mi. A la fé, che ‘l me duole ben le gambe, tamentre a no son gnian straco. Orbentena! La paura me cazava, el desedierio m’ha portò. Façe che le scarpe harà portò la pena. A le vuò veere. Te ‘l dissio mi? Càncaro me magne, te par che a ghe n’he dessolò una. Haré guagnò questo in campo. Mo càncaro me magne, se haesse abú i nemisi al culo, a no desea caminar tanto. A he fato un bel guagno. Mo a suon fossi in luogo ch’a gh’in poré robare un paro, con a fié queste, ch’a le robié in campo a un vilan. Orbentena, el no serae mal star in campo per sto robare, se ‘l no foesse che el se ha pur de gran paure. Càncaro a la roba. A son chialò mi a la segura, e squase che a no cherzo esserghe gnian. S’a m’insuniasse? La sarae ben de porco. A sé ben ch’a no m’insunio. Poh, no songie montò in barca a Lizafusina? A son stò pur a Santa Maria d’un bel Fantin a desfar el me vò. Se mi mo a no foesse mi, e che a foesse stò amazò in campo, e che a foesse el me spirito? La sarae ben bela. No, càncaro, spiriti no magna. A son mi, e sí a son vivo: cossí saesse on catar la mia Gnua, o me compare Menato che a sè che l’è an elo chialò a le Veniesie. Càncaro! La mia fémena harà adesso paura de mi. Besogna che a mostre de esser fato braoso. Mo agne muò a son fato braoso, e tirò da i can. Me compare me domanderà de campo. Càncaro! a ghe dirè le gran noele. Mo a cherzo che l’è quelo. Mo l’è ben elo. Compare! oh compare! A son mi Ruzante vostro compare.

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