01 Dic 2011

 

Interrogazione a risposta scritta
presentata da

DANIELA SBROLLINI

Roma, 29 novembre 2011

Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico.
premesso che:
stante la scadenza del 31 dicembre 2011 prevista dal cosiddetto “collegato lavoro” (legge 4 novembre 2010, n. 183), data entro cui i lavoratori italiani detentori di contratto a termine (anche co.co.co.) in scadenza o scaduto potranno ricorrere in giudizio, impugnando il contratto contro il datore di lavoro, per vedersi riconosciuti come lavoratori dipendenti a tutti gli effetti ove ve ne fossero gli estremi, pena la perdita di tutti i diritti pregressi;
 
l’art. 32 della 183/2010 infatti, intitolato “Decadenze e disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo determinato”, dispone al comma 1 che ora la risoluzione del rapporto, anche nei casi di sua invalidità, debba essere impugnata in forma scritta e a pena decadenza entro 60 giorni dal ricevimento della sua comunicazione;
 
i termini previsti inizialmente dalla normativa sono stati fatti slittare più avanti, per arrivare appunto al 31/12/2011. La normativa sopra citata è stata impugnata in alcuni processi davanti al giudice del lavoro, e risulta alla scrivente che in alcuni casi il giudice abbia inviato la norma alla Corte Costituzionale per verificarne l’eventuale incostituzionalità;
 
prima dell’entrata in vigore della legge 183/2010, se in una vertenza di lavoro la configurazione del rapporto come “a termine” (anche sotto forma di co.co.co.) fosse stata dichiarata illegittima, il giudice provvedeva a convertire il rapporto, trasformandolo da determinato a indeterminato e stabilendo un risarcimento pari a tutte le retribuzioni non percepite fino al ripristino del rapporto stesso. Con la normativa suddetta il risarcimento del lavoratore va da un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto;
 
nel settore giornalistico, a titolo di esempio, vi sono migliaia di giovani e non che lavorano con contratti co.co.co. rinnovati ogni anno, e validi per un anno, svolgendo spesso un vero e proprio lavoro dipendente pluriennale per la stessa azienda, pagato un tanto ad ogni articolo pubblicato. Solo un giornalista su tre (secondo i sindacati del settore) oggi ha un vero contratto dipendente (cosiddetti “articoli 1”). L’attesa della durata di molti anni è la norma, prima di una vera assunzione: la possibilità di fare causa è concreta ma considerata “extrema ratio”, perché nel momento in cui si impugna il contratto si è di norma costretti a cercare un altro lavoro e ricominciare l’iter da capo;
è inoltre evidente che l’attuale crisi ha reso ancora più grave questa difficoltà nel cercare un’occupazione, tanto più nel settore dei media;
Fnsi e le Assostampa regionali, organizzazioni sindacali del settore, si sono più volte pronunciate contro il suddetto “collegato lavoro”, ritenuto un rischio e un danno per l’aspettativa di stabilità nel lavoro di migliaia di cronisti;
 
chiede:
quali iniziative il Governo intenda adottare al fine di risolvere anzitutto questa difficoltà immediata che vale per migliaia di co.co.co. italiani, che perderanno ogni diritto se entro il 31 dicembre non avvieranno una causa contro il proprio datore di lavoro;
 
se il Governo adotterà un’iniziativa normativa tesa a superare le situazioni, frequenti ad esempio nel settore del giornalismo, in cui il lavoratore co.co.co. ha il proprio contratto rinnovato annualmente e una paga determinata “a cottimo”, configurandosi di fatto come un dipendente in tutto e per tutto ma vivendo un perenne precariato dovuto all’abuso di uno strumento (il contratto co.co.co.) pensato inizialmente con altre finalità.
 
On. Daniela Sbrollini

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