13 Apr 2010


Sono ragazzi e ragazze, madri e padri, lavoratori e lavoratrici giunte da altri Paesi in Italia, in cerca di una vita migliore. Ma sono anche donne e uomini di mezza età, espulsi dalla crisi dalle aziende in cui avevano passato decenni, persone che oggi non riescono più a trovare un loro posto nel mondo del lavoro. Sono i cosiddetti “atipici”: lavoratori interinali (cioè assunti a termine da agenzie di somministrazione, come Adecco per intendersi), o in Partita Iva, o con contratti a progetto (co.co.pro.), o sostituti di dipendenti in maternità, o ultimamente persino lavoratori pagati a “ voucher ”, sostanzialmente assunti a chiamata e retribuiti con dei “ buoni ” rimborsabili. Per i loro contratti l’industria italiana ha coniato con orgoglio il termine “ flessibilità ”, uno strumento che all’epoca della riforma del mercato del lavoro, nel 2003, in teoria doveva portare maggior competitività alle imprese. Per i diretti interessati, però, la verità è che spesso “ flessibilità ” è solo un modo gentile per dire “ precarietà ”. Una condizione che non permette ad un giovane di sposarsi, avere una famiglia e dei figli, contrarre un mutuo con un istituto di credito. O che, nel caso di una persona di mezza età, impedisce di mantenere la propria famiglia al tenore di vita abituale, ed è frustrante dal punto di vista psicologico. Ma la cosa su cui riflettere è che non è nemmeno così chiaro se le aziende, alla fine, ne hanno avuto un vantaggio: il lavoratore pagato male e senza sicurezze di frequente ha un tasso di produttività proporzionato alle condizioni in cui si trova, lo può confermare qualsiasi imprenditore vero. Fra i settori dove i sindacati di categoria – Nidil Cgil, Alai Cisl, Cpo Uil – riscontrano più spesso situazioni di sfruttamento ci sono i call center. Pare anzi che, in questo comparto, spesso il contratto scritto proprio non ci sia. Tuttavia, oggi anche nel ricco Nordest, nella Vicenza terza città italiana per l’industria, la frontiera tra lavoro tutelato e sfruttamento è sempre più labile e con la crisi chi è stato espulso dai distretti manifatturieri si adatta a fare qualsiasi cosa per non soccombere. E’ il caso di Laura, un’operaia di Vicenza: licenziata dalla fabbrica orafa dove aveva sempre lavorato, si è adattata a fare la telefonista all’incredibile cifra di ottanta centesimi all’ora. In “ nero ”.
Qualche mese fa due alte cariche dello Stato si sono improvvisamente accorte dell’importanza, per il futuro della società italiana, di una certa “stabilità” nel mondo lavorativo. Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, e Silvio Berlusconi, presidente del consiglio, d’improvviso si sono trovati d’accordo nel rivalutare l’importanza del “ posto fisso ”, come fondamento di un nucleo familiare stabile e ( di conseguenza ) della sicurezza sociale. Ne è nato un vespaio: da un lato il mondo confindustriale e tre quarti del (medesimo) governo hanno prontamente innalzato gli scudi a difesa della legge 30: la norma, varata dal ministro Roberto Maroni nel 2003, più impropriamente conosciuta come legge Biagi, cioè quella che ha introdotto la flessibilità e regolamentato i contratti atipici. Una legge che, è bene ricordarlo, viene attribuita al giurista ucciso dalle Brigate Rosse in modo improprio, perché di tutte le proposte di Biagi il pacchetto legislativo ne accoglie solo una parte. Sul versante opposto a quello delle imprese si è schierato il mondo delle organizzazioni sindacali, per una volta apparentemente compatto, che ha salutato con favore la novità: da tempo infatti i sindacati, tutti, stanno in qualche misura riconsiderando le conseguenze della “flessibilità” che è stata introdotta con la legge Biagi. Ma quanti sono i precari? E quanti sono i lavoratori con contratto a termine, o “ flessibile ”, in Italia oggi? Secondo dati Istat del novembre scorso, riportati dal “ Corriere della Sera ”, in Italia oggi l’87% dei rapporti di lavoro sia a tempo indeterminato, e solo il 13% siano i contratti a termine. Dal che, molti ministri rimbeccavano la “ boutade ” di Giulio Tremonti come un falso problema. Le statistiche però si possono fare in molti modi. Guardando il totale dei contratti di lavoro oggi vigenti in Italia il valore è certamente quello Istat, ma guardiamo anche i dati del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) su quanto i contratti a termine ( atipici, sostituzioni di maternità, cococo e cocopro ) effettivamente incidano nel complesso delle nuove assunzioni: secondo il rapporto sul Mercato del Lavoro aggiornato a giugno 2009, in Italia negli ultimi tre anni ( 2006/07/08 ) i nuovi rapporti d’impiego a tempo indeterminato nel settore privato sono calati di circa 10 punti percentuali rispetto all’immediato passato, mentre le assunzioni “ a termine ” e variamente temporanee sono salite dal 30% del triennio precedente al 38,1 % del totale. La quota dei rapporti d’impiego considerati “ flessibili ” – che, è bene ricordarlo, non godono di ammortizzatori sociali – è arrivata vicina al 43% del totale dei nuovi contratti: dati del Cnel, www.portalecnel.it. Chi già faceva uso dei contratti flessibili ha quindi intensificato la scelta, che è diventata in molte aziende strutturale nelle politiche di assunzione e dell’uso della forza lavoro. La flessibilità, in quest’ultimo caso, diviene precarietà, organica al modello produttivo e gestionale dell’impresa: con tanti saluti alla produttività. Senza la possibilità di avere ambizioni infatti, efficienza ed efficacia vanno a farsi benedire. E’ certamente una questione che va analizzata caso per caso, ma analogamente “ puzzano ” molto di precarietà e sfruttamento anche tante partite Iva: dei sottopagati a parità di prestazione dei lavoratori normali, sui quali l’azienda trasferisce tutto il rischio d’impresa, che accettano pur di lavorare e magari fare il lavoro cui aspirano. Ragazzi laureati, anche in ingegneria, che vengono assunti con Partita Iva come collaboratori o consulenti e poi si trovano a vendere porta a porta. E’ il caso di Antonella. Nel 2009, l’anno della crisi, i precari sono quelli che hanno sofferto di più, e di cui si è parlato di meno: in Veneto uno su tre non si è visto rinnovare il contratto, nei primi nove mesi. L’occupazione interinale è passata da 113.921 “missioni” avviate per altrettanti lavoratori dalle varie agenzie di somministrazione ”Manpower”, “Man at work”, “Adecco” e simili nei primi 9 mesi del 2008 alle 72.240 del periodo da gennaio a settembre del 2009, oltre 40 mila in meno. I numeri vengono dalla coordinatrice regionale del sindacato Nidil, Lia Colpo, che sottolinea come «in particolare in alcuni settori, come il manifatturiero metalmeccanico, del legno o del tessile, l’occupazione interinale è stata rasa al suolo». Il calo delle “missioni” per gli interinali è stato costante nei primi tre trimestri dell’anno appena terminato, in Veneto: da gennaio a marzo si è passati da 41471 missioni avviate a 25035 (meno 40 per cento), da aprile a giugno i numeri sono variati da 37909 a 27665 (meno 37 per cento), da luglio a settembre si è scesi da 34541 nel 2008 a 19540 nel 2009 (meno 43,5 per cento). Per il terzo trimestre vicentino si hanno anche i numeri “categoria per categoria”: le riduzioni più forti si sono avute nella metallurgia (meno 71,3 per cento, si è passati da 1081 missioni a 310), nella meccanica (meno 74,1 per cento, passata da 529 a 137 nuove missioni) e nella concia (meno 41,7 per cento). Nel quadro generale negativo c’è comunque un settore che a Vicenza “tira”: l’alberghiero, con un più 152,8 per cento di occupati interinali, da 1236 a 3125. Ma si può pensare di sostituire un’intera economia con alberghi e turismo?
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