07 Gen 2010

Jennifer
Alle nove in un distributore di viale Milano sono ferme in tre, un’orientale e due africane. Jennifer è l’unica che non rifiuta di rispondere alle domande. Graziosa di aspetto, vestita di felpa e jeans ma chiaramente riconoscibile come prostituta, la ragazza ha sempre il cellulare in mano, acceso. Probabilmente è pronta a chiamare il “protettore” che, anche se non si vede da nessuna parte, forse c’è. La conversazione è difficile, la ragazza parla solo inglese con un forte accento. Hai sentito anche tu gli effetti della crisi? Il “giro” è diminuito in questi mesi? «L’hai visto, la gente si ferma e poi va via. Oppure non si ferma. Sì, il lavoro è diminuito: “No work in fabrica, no money” dicono, e chiedono meno». Hai dovuto diminuire i prezzi? «No, dipende dal cliente. Chiedo venticinque euro, cinquanta, anche cento: dipende da chi ho davanti. La polizia? Sì, ogni tanto passa, controlla i documenti. Qualche volta arresta qualcuno». Jennifer fa il segno dei due polsi ammanettati.
Non hai paura che prima o poi qualcuno ti faccia del male? Di aver a che fare con dei malintenzionati? «No, non ho paura – sorride Jennifer – questo è il mio lavoro». Hai mai pensato di andare in appartamento, e lavorare al chiuso? «Per farlo bisogna avere un giro, dei clienti fissi. Io non ce l’ho».

Giovanna
In viale Verona, prima del Campiello, c’è una donna minuta vestita di rosso ferma all’angolo con una strada secondaria. Per parlarle basta entrare nella stradina, andare un po’ avanti e parcheggiare lì. «Ancora un anno fa era diverso. Ora i clienti chiedono di fare per meno, poi le ragazze giovani si adattano e fanno di tutto». Giovanna sembra una signora di quarantacinque anni molto truccata, sia per come è vestita che per l’aspetto. E’ italiana, di origini sarde, ma è a Vicenza da quarant’anni, il tempo da cui fa questo mestiere. Incredibile a dirsi, infatti, in realtà ha ben 63 anni! «Non esco molto di casa, comunque, ho i miei soliti clienti fissi e ogni tanto metto un annuncio sul giornale. Ci sono anche persone che hanno solo bisogno, e chiedono, compagnia. La crisi però si sente, c’è per tutti. Per me anche di più, perché devo competere con ragazze giovani. E’ pieno di ragazzine di 21 anni che si adattano a fare di tutto, a pochissimo, le ragazze di colore chiedono anche 10, 20 euro. Mentre io non vado sotto i 50 euro, e questi li chiedo per una cosa normalissima: certe cose non le faccio, mi sono sempre rifiutata». La signora, pur senza dire la cifra, spiega che comunque prende bene: ha anche una villa al mare. La domanda però è inevitabile: “cosa” chiedono certi clienti, quali sono le richieste peggiori, che lei rifiuta? «Ah, ci sono certi che ti chiedono di dargli le botte – racconta allegramente Giovanna – vogliono che tu li insulti, che insulti i loro genitori, che li punzecchi con degli spilli. Io a queste richieste ho sempre detto di no». Non teme che qualche cliente le possa fare male? «No, non mi ha mai fatto male nessuno. Anzi una volta sì, sono stata insultata e aggredita, ma non da clienti: erano gli inquilini del palazzo dove vivevo. Degli stranieri. Volevano cacciarmi, dicevano che ero indecente». Indica un caseggiato a pochi metri di distanza. «Ho chiamato la polizia, che mi ha dato ragione: io ero in strada e non facevo nulla di male. Poi ho cambiato appartamento». Secondo Giovanna, le ragazze di nazionalità italiana sono sempre meno. Anzi, nella “strada vicentina” non ci sono quasi più. La seconda domanda inevitabile è cosa l’ha portata a fare questo lavoro, e a farlo ancora oggi. «Ho iniziato per colpa di un uomo. Tutte quante abbiamo iniziato per un uomo. Nel mio caso, era mio marito che mi costringeva a farlo. E no, questo lavoro non mi piace. Non piace a nessuna, in realtà, checchè ne dicano». Le ordinanze hanno avuto qualche effetto? «Mah, i clienti hanno imparato a parcheggiare all’interno delle vie laterali, e sono a posto. Poi, ultimamente la polizia fa meno multe».

Maruska
Sono le dieci e mezza di sera, viale San Lazzaro, qualche centinaio di metri prima del Campiello. Le auto iniziano a passare con meno frequenza. A un isolato di distanza da Giovanna c’è una ragazza alta slanciata, una parrucca di capelli neri e lisci, stivaloni bianchi con zeppe e tacco di 15 centimetri. Sorride e accetta volentieri di chiacchierare, «tanto, per i clienti che ci sono stasera». Maruska è trans, lo rivelano chiaramente i tratti mascolini del viso. Ha trent’anni ed è di origine siciliana, è a Vicenza da otto. «E’ verissimo, la crisi c’è. Io mi sono abbassata di cinquemila euro al mese, da gennaio. Prima prendevo 8mila euro al mese. Chiedo 50 euro ogni 20 minuti, dal 21esimo scattano gli altri 50: ma in giro c’è gente che chiede anche 20, 30 euro. Comunque si fanno ancora delle buone serate: sabato ho fatto 500 euro. I miei clienti sono soprattutto operai». Anche Maruska lamenta la forte presenza di stranieri, e di malavita straniera. «Una volta lavoravo davanti al Campiello, ma ora è pieno di ragazze albanesi e dei loro protettori e mi hanno cacciata. Le straniere lavorano anche senza “guanto”, fanno di tutto per pochi spiccioli». La sorpresa maggiore si ha però quando Maruska racconta orgogliosa «che io c’ho la mia ragazza in casa, a poca distanza da qua. Una volta lavorava anche lei, ora la mantengo io». Il consiglio che viene dato è di non provarci nemmeno, a parlare con le ragazze del Campiello, o più in su: «da lì ad Alte hanno tutte il protettore, la camorra albanese. Nel migliore dei casi non ti parlano, ma si rischia anche di venire aggrediti».

Mirabel
Nonostante il suggerimento, il giro continua in direzione Verona. Bastano poche centinaia di metri, in realtà, perché la strada davanti al Campiello è realmente come l’hanno descritta. La sera del Martedì Santo ci sono almeno venti, venticinque ragazze. Sarebbe meglio dire ragazzine, visto l’aspetto. Sembrano tutte vestite “in serie”: stivali con tacco alto e minigonna, maglietta scollata ma non in modo eccessivo, tutte rigorosamente bianche, dell’Est europeo. I protettori non si vedono (il che ancora una volta non vuol dire che non ci siano). Inversione di marcia, si ritorna all’inizio. Parcheggiata come al solito l’auto in una via interna, si va a chiacchierare con la prima delle ragazze del Campiello che si incontra. Mirabel ha i capelli neri e lisci, occhi color azzurro chiaro e un sorriso pulito. A vederla sembra avere avere si e no 16 anni. Lei dice che ne ha 21: con un po’ di timidezza, accetta di parlare. La prima domanda è “senti la crisi?”, e alla risposta si è quasi abituati: «Sì, non vedi, non si ferma nessuno». Quasi seccata. «Siamo 21 ragazze, tutte romene. Viviamo tutte al Campiello». Siete amiche? Ci pensa un po’, poi annuisce: «Sì. Stiamo in strada fino alle 2 del mattino. Vado sia con stranieri che con italiani, ma ci sono sere in cui non si ferma proprio nessuno. La crisi è grave». Non temi che qualche cliente ti possa fare male? «No, posso anche rifiutare di andare con loro». Il protettore ancora non si vede (chi intervista si guarda attorno ogni tanto, visti gli avvertimenti di prima…) tuttavia Mirabel si gira di frequente a guardare un punto al di là della strada. Racconta che è arrivata da poco dalla Romania, a gennaio. Da come parla italiano però pare strano sia qua da soli tre mesi. Cosa facevi là? «L’università». Cosa studiavi? Ridacchia, «giurisprudenza». Quindi si innervosisce: «Non mi piace parlare qua di quello che facevo là». Alla domanda “perché sei venuta in Italia a fare questo mestiere” la risposta è di un candore senza uguali: «Per fare soldi». Stupita della domanda.

Il vuoto
Questi racconti potrebbero proseguire fino ad Alte Ceccato, perché andando avanti con l’auto si trovano prostitute fino a lì anche nelle serate dei giorni lavorativi. Ma il denominatore comune che si riscontra, in ognuna delle “storie”, è il fine per cui “il mestiere” viene praticato: fare soldi. E dopo aver sentito “mi vendo per fare tanti soldi” più volte nella stessa sera, quello che resta è soprattutto una sensazione di vuoto. Certo, la crisi e la congiuntura hanno colpito anche il mestiere più antico del mondo, è stato appurato. Certo, le ordinanze funzionano fino ad un certo punto, visto che i clienti parcheggiano nelle viuzze e le prostitute si coprono un po’ di più. Ma quel che resta è soprattutto una sorta di dispiacere per le protagoniste delle storie: ragazze estremamente sfortunate, nel caso in cui vi sia un protettore o uno sfruttatore che usa violenza su di loro e le costringe a prostituirsi; ragazze ancora sfortunate nel caso siano “schiave” non di un uomo ma del denaro, al punto da essere arrivate a vendere il proprio corpo per guadagnarne tanto.
Andrea Alba

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