14 Mar 2012

Come italiano e come europeo, l’inviato del quotidiano ” La Repubblica” si chiede quale sarà il ruolo dell’Europa nel prossimo futuro in un sistema che vede il mondo occidentale come lo conosciamo in netta difficoltà rispetto ai Paesi emergenti. Per Rampini il mercato e la globalizzazione sono stati al centro di un grande disegno egemonico, nato nel cuore della destra americana e dei grandi centri del potere capitalistico, che hanno smantellato senza pietà diritti e tutele dei lavoratori, rendendoci tutti più isolati e più deboli. Il libro è la storia che il giornalista ha vissuto dagli anni Settanta in poi. Dapprima come studente bocconiano –uno dei suoi professori fu proprio Mario Monti– che entra a far parte del centro studi economici del PCI di Berlinguer. E’ proprio in questo periodo che comincia a diventare impellente il suo bisogno di scrivere come osservatore delle realtà che porta Rampini a volte, in rotta di collisione con il suo partito con cui comunque ha condiviso utopie, lotte, abbagli, sbandate e illusioni. Intanto la sua passione per la scrittura, come racconto delle realtà, lo porta ad attraversare tutto il mondo. Ora tornando negli Stati Uniti d’America, dopo le lunghe esperienze in Asia, per seguire il Presidente americano Barack Obama, diventa per lui necessario raccontare l’urgenza di dare un senso al periodo storico che stiamo attraversando. Scrive Rampini “Non usciremo dalla Grande Contrazione, questo terremoto finanziario, economico e sociale che ci ha investito, se non ricostruiamo nelle nostre società elementi di eguaglianza e di giustizia. Plutocrazia, tecnocrazia, populismo, autoritarismo sono i mali che minacciano le nostre democrazie. L’Italia è un piccolo laboratorio mostruoso di queste patologie. Avendo vissuto un’esperienza pluridecennale da nomade della globalizzazione – in Europa, in America, in Asia – ho il dovere di dire ciò che è accaduto all’immagine del nostro paese nel mondo. Devo raccontare dal mio osservatorio attuale nell'”Estremo Occidente” quali sono i costi dell’era Berlusconi, e anche le radici profonde del berlusconismo, che gli sopravvivranno, i vizi di un’Italia “volgare e gaudente” con cui dovremo fare i conti anche dopo. Che cosa farà questa Italia “da grande”? C’è ancora speranza? Esiste una vocazione forte per il nostro paese, in un mondo sconvolto da trasformazioni secolari? Alla sinistra indico le possibili vie d’uscita attingendo alle mie esperienze nelle nazioni emergenti, dall’Asia al Brasile: perché non possiamo farci risucchiare in una sindrome del declino tutta interna all’Occidente. La Storia siamo noi, possiamo influire sul corso degli eventi. Riusciremo a farlo solo se troviamo una narrazione comune che tenga insieme i bisogni e le aspirazioni non di una sola categoria o di una nazione, ma dell’umanità intera”. La conferenza è stata organizzata da Guanxinet per la rassegna ” Un LIbro in Rete”

Federico Rampini,

corrispondente de “La Repubblica” a New York, ha esordito come giornalista nel 1977 nella stampa del Partito Comunista Italiano. Già vicedirettore de “Il Sole 24 Ore” e capo della redazione milanese de “La Repubblica”, editorialista, inviato e corrispondente a Parigi, Bruxelles, San Francisco e Pechino, ha insegnato nelle università di Berkeley e Shanghai. E’ autore di numerosi saggi gli ultimi dei quali sono: “La speranza indiana” (2007), “Slow economy” (2009), “Centomila punture di spillo” (con Carlo De Benedetti e Francesco Daveri, 2008). Ha vinto il premio Luigi Barzini e il Premio Saint Vincent di giornalismo.

Riguardo l'autore
L'informazione di punta

Lascia un commento

*

captcha *