30 Apr 2010
Categoria Numero di vittime Fonte del dato
Ebrei 5,9 milioni [6] [16]
Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni [17]
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni [18]
Rom e Sinti 220.000-500.000 [19]
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000 [20]
Massoni 80.000–200.000 [21]
Omosessuali 5.000–15.000 [22]
Testimoni di Geova 2.500–5.000 [23]
Dissidenti politici 1-1,5 milioni [senza fonte]
Slavi 1-2,5 milioni [24][25][26] Dawidowicz, Lucy. The War Against the Jews, Bantam, 1986, ISBN: 055334532X.” id=”cite_ref-26″ class=”reference”>[27]
Totale 12,25 – 17,37 milioni

I sopravvissuti si conteranno in una “manciata” di persone. Uno di questi è Samuel Artale Von Belskoj Levy, nato a Rostock in Germania, in una famiglia benestante ebreo-prussiana. Il 13 aprile del 1944, viene prelevato  dagli SS e portato assieme alla sua famiglia, padre, madre, nonno e sorella ad Auschwitz-Birkenau, il più noto e tragico tra i campi di sterminio nazisti. Liberato nel gennaio 1945 dai russi che stavano avanzando da Est verso Berlino, si è accorto di non avere più niente.. neanche il proprio cognome. Racconta Artale: “Fui sistemato in una baracca insieme ad adulti, non c’erano altri bambini. Ci sono rimasto un anno e ho imparato a sopravvivere alla fame, alla paura che era parte della nostra vita. Sono stato bastonato, perché avevo cercato di proteggermi dal freddo intenso mettendomi sotto la maglia dei sacchi di carta, poi ho imparato a usare il coltello per difendermi, ho rubato bocconi di pane stantio al compagno. Il lager aveva annullato il rimorso, il senso di colpa, non c’era più emozione in me, ero indifferente, dovevo solo sopravvivere”. Continua a raccontare Artale ” Quando nel gennaio del “45 finalmente arrivarono i Russi a piedi e a cavallo, avvolti dalla foschia, in un silenzio innaturale, senza più le grida di sempre, non li riconobbi e ne fui impaurito. Ci diedero da mangiare e questo fu un disastro, molti stettero male.. ci diedero anche coperte, pastrani perché era molto freddo. ma erano amici! Non ricordo.. ma fui lavato e rivestito, mi riabituai a mangiare. Un ufficiale russo che parlava tedesco mi chiese come mi chiamavo e gli dissi solo il  nome, Samuel. Innorridito mi resi conto che non ricordavo più il cognome. La Croce Rossa e poi la Comunità Ebraica si sono occupate di me e sono stato portato in America in un Orfanotrofio a Miami. Il mio cognome l’ho trovato solo da alcuni anni, perchè appena uscito da Auschwitz, ho voltuo dimenticare tutto, cancellare tutto in una accanita lotta contro il ricordo che per me significava dolore”. Questa è la storia di un sopravvissuto che adesso cerca ansiosamente di ricordare per trasmettere alle future generazioni un fatto storico di violenza inaudita nella indifferenza brutale dei carnefici. La Banalità del Male come scriverà Hannan Arendt nel suo resoconto del processo contro Adolf Eichmann avvenuto nel 1961 a Gerusalemme in Israele è ” semplicemente una persona completamente calata nella realtà che aveva davanti: lavorare, cercare una promozione, riordinare numeri sulle statistiche, etc. Più che l’intelligenza gli mancava la capacità di immaginare cosa stesse facendo”. Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina. Come non si possano usare questi concetti lo si vede ancora meglio esaminando le giustificazioni addette dai nazisti al processo di Norimberga: “azioni compiute per ordine superiore”; queste furono respinte perché, come disse la corte, “alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire”, principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trovi di fronte a un massacro organizzato da uno stato? Era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare.

 

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