Proposte d'autore, Monica Zornetta indaga " La Resa " di Felice Maniero
Il Crimine ha da sempre un suo fascino perverso e tragico. Un fascino diabolico che circondava anche il mito di " Faccia D'Angelo", lo spietato boss della " mala del Brenta " Felice Maniero " che ha imperversato nel Veneto per oltre un decennio fino al 1994 quando decise di diventare collaboratore di giustizia. Tra le condizioni poste da Felice Maniero allo Stato per la sua cattura vi sarebbe stata anche quella di non istituire una Direzione distrettuale antimafia nella provincia di Verona, a rinforzo di quella veneziana, poiché avrebbe arrestato la libera circolazione degli stupefacenti tra l’estero, la Lombardia e il territorio veneto da lui controllato: su tutti la zona del Piovese. Il particolare inedito e’ contenuto nel libro “La resa. Ascesa, declino e “pentimento” di Felice Maniero” scritto dalla giornalista Monica Zornetta e pubblicato per la casa editrice Baldini Castoldi Dalai, con prefazione di Carlo Lucarelli.
La giornalista veneta che si è sempre occupata di mafie e criminalità venete non poteva tralasciare un personaggio così oscuro della malavita locale, tanto che per il suo pentimento -così scrive Zornetta nel suo libro- è riuscito ad ottenere vantaggi personali anche con lo Stato. "Ho creduto che, sedici anni dopo la sua cattura, fosse arrivato il momento di abbattere un idolo, quel totem che ancora giganteggia idealmente su questi territori (sebbene non ci faccia piacere riconoscerlo) affascinando persone di ogni età ed estrazione sociale. Ho ritenuto, ancora, che fosse giunta l’ora di far sapere ai veneti, ma non solo, che questo signore, questo capo capomafia furbo, ambizioso e intelligente, probabilmente non sarebbe diventato così potente senza il provvidenziale soccorso dello Stato, senza i suoi favori, senza continui accordi e trattative. Ad un certo punto, si legge in “La resa”, la cattura di Maniero spacca prepotentemente il fronte investigativo e insinua dubbi e sospetti (mai sopiti) su magistratura e forze dell’ordine. La Dia di Padova esce dalla storia con le ossa rotte mentre Giancarlo Ortes, un pregiudicato minore, uno di quelli che aveva aiutato il boss ad evadere dal Due Palazzi, esce addirittura cadavere. Ammazzato, una notte d’autunno, per mano della Mala ma sotto gli occhi dello Stato. L’attualità della storia della mafia veneta e del suo Capo non sta solo nella recentissima sentenza del processo d’appello – che ha ridimensionato le condanne emesse in primo grado – ma nel processo stesso, istruito a vent’anni di distanza dai fatti, quando molti reati sono finiti in prescrizione. Sembra incredibile ma è così. E mentre molti dei suoi ex sodali sono tornati sul banco degli imputati, “Faccia d’angelo”, è diventato imprenditore nonché papà per la quarta volta. E può spesso aggirarsi, al volante della sua Porsche azzurra, nelle terre in cui un tempo era abituato a spadroneggiare.
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